IL LABIRINTO

Ieri, tu, novello Teseo, con dedalea maestrìa, sprofondavi nel tuo labirinto, ti specchiavi nella mostruosa immagine e tornavi a volare…
Oggi, tu, intricato nella mostruosa e complessa rete della tua Vita, non più artigiano del tuo viatico, intrappolato e irriso, al modo di Afrodite e Ares, da un demiurgo (Efesto?o da te, inevitabile carnefice?), eternamente angosciato, non puoi spiccare il volo, o non sai… forse….


 

Un giorno. Non mi sovviene la data. La mia memoria cancella i dettagli. Va oltre. E, nel superare quel limite, ravviso il mistero. E’ bene o è male varcare la soglia, bucare quel muro che immette nell’Ade?
Il mistero non farfalleggia, pretende consensi.

Un giorno. Solito giorno. Mentre un bagliore s’insinua e impone il risveglio, mentre lo spasimo serra il respiro, mentre mille cani randagi si sfregano ai muri, un pensiero ri-torna….lo stupore di lei.
Sussurra:” Teseo…Arianna….”.
Un grande evento. Non è da spiluccare. Entrarci col pensiero del cuore.

E ci sono….nel labirinto. Non per coraggio. Sola, a dismisura ridotta, vibrante di umanità, mi sento chiamata. Una Voce. Una Forza mi attrae…..l’infido Caso?… la Buona Novella?…….

Entro. Mi dirigo là, ove il monstrum si annida, nel fondo piu’ fondo. Fissarlo, rivedermi col suo occhio sbilenco e tornare all’indietro. Bearmi di luce diversa. Cantare vittoria. Per me e per gli altri.
” Possibile ?” e ondeggia la chioma. E’ possibile… …se soccorre la volontà.
” Forza, forza taurina, che balli e ridi insolente, sorda ad ogni preghiera, esci di casa, presta il tuo aiuto….!!!” invoco.

Già dentro….perduta…esausta.
Fatti pochi passi non da gigante, mi rannicchio in un angolo, un luogo adombrato, un incavo da altri scavato. Da un punto si snoda un selciato sventrato, sterposo, poi, alla curva, una fetta di strada corretta e ancora cunicoli, sporgenze e rientranze e diramazioni a destra e a manca.
“Stramazzi, se non t’avvedi che il terreno è crivellato di buchi, che ingoiano e annullano.”
Quel terreno tortuoso fomenta il ricordo: Ceram. Indonesia. Per nove notti, in nove luoghi diversi, uomini di nove famiglie eseguono una danza a tre voci : la danza maro. Cinque mila anni fa. Al centro lei, Rabie di nome, la fanciulla luna. Ogni notte prodiga di doni: porcellane, monili d’oro, oggetti di rame.
Gli uomini provano invidia. La sotterrano. “Paghino il fio ” sancisce uno che sta molto in alto.
Ha inizio il ponos, la fatica del vivere, il viaggio attraverso la porta a nove volute. Il labirinto. E saranno uomini quelli che la varcheranno, il resto anime erranti o bestie.

E Persefone ? Anch’ella fanciulla lunare, nel riproporre l’eterno fertile ciclo della nascita crescita morte.
Persefone: la grande intuizione….tutto ciò che brilla alla luce del sole rivela una ” giustezza “, le cui origini sono oscure, radicate nel confine del non-essere.
E all’uomo è dato cogliere l’essenza del non-essere attraverso il misterioso messaggio, il tenebroso percorso, il profondo anelito. Magnifici doni d’una ambigua dea.

E torno al labirinto, al mio viaggio. Pre-vedere e ri-ferire. Ecco il senso. Un debole soffio. Un respiro smorzato. Di chi non vuole apparire. Scrutare e non farsi vedere. Avanti a me c’è lui. L’uomo della mètis, Teseo. So tanto di lui. Plutarco ha rivelato le gesta, immortalato il ricordo. Sono ad un passo dall’uomo segreto. E’ immenso nella dimensione irreale. Simile ad un dio: Gesu’, Krishna. Ha una missione da compiere. Purificare. Il miasma ha contaminato uomini, cose.
Non è dato intaccare l’assetto normale.
E Pasifae, vittima di intrecci sottili, che sfuggono all’occhio comune, ha osato tanto:una storia insolita.
Arde d’amore.
Un rapporto che evoca radici bestiali, fonte di tanti misfatti. Si unisce col toro, suo padre, Zeus celeste.

Eterno dilemma:
serrati in spazi ridotti, ove cementizi abitacoli opprimono i sensi, ove lamiere allettanti imprigionano anche l’affanno, e lì si crepa d’inedia, strapazzati da sferzate di vento e talvolta essiccati dal sole cocente o…volare tanto in alto e sparire leggeri leggeri….

Le ali dedalee soccorrono. Un volo” cultuale ” libera dai tentacoli del labirinto. Il coro delle donne di Trezene, nell’Ippolito, singhiozza:” Se in luoghi inaccessibili della terra io fossi….o uccello, che l’ali porta, levarmi in volo…..”

La disperazione infernale genera l’anelito a spazi elevati.

E Pasifae si è aperta al cielo, realizzando l’impossibile, distruggendo tabu’. Il frutto è una doppia natura:metà uomo, metà bestia.

Tu, tu che t’immergi in questa lettura,
tu, che senza nulla arrogarti, bilanci il pensiero,
caparbio, martelli la roccia indurita e fori…fori…e
il tuo animo è gonfio di vana baldanza,
il petrolio zampilla
offre lingotti
e tu, che hai distrutto la terra, gioisci…

….di colpo il sorriso si spegne
riveli la tua nudità
ti rivesti di ciò che hai stracciato
….dalle macerie e con le macerie la spinta in avanti,piu’ su…

La vita :”Attraversamento da un capo all’altro.”
Entro l’arco ci sei tu con gioie e patemi, istinto e riflessione.

Io ho paura. Quel luogo, a forma di budella, mi riporta alla mente Humbaba, un demone. Gilgamesh lo ha affrontato. Lo ha ucciso, ha risolto il problema.
Ha scoperto che solo agli dei non è dato morire.
L’uomo muore piu’ volte e ogni volta soffre di piu’.
Forse sono nell’Ade. Nel buio totale. I sensi all’erta. Il velo, che adombra gli oggetti nel modo qualunque, si dilegua e scorgo di piu’.

Vedo larve che non torcono il collo.
Resti di animali rapaci.Una parete schizzata di rosso.
L’uomo ha lasciato una traccia.
Un vecchio in procinto di bere…..il latte della saggezza.
Addossata ad una roccia spuntata
una donna…senza capelli….stagnata….
bloccata dal senso comune. E vermi giganti.
Sazi di ogni lerciume. E sillabe, lanciate così.
Attendono mani robuste e restano in bilico.

Chi sa dare forma all’informe? Quale voce, dal labirinto emergente, profeta di ciò che sarà?

E’ troppo per me.Torna la paura. Teseo è avanti, lontano da me. Ho le ali spezzate. C’è un modo per stargli accanto. Col ritmo del cuore. Le mie gambe, pur ferme, battono il passo, ora tenace ora incalzante, e le mani, calcanti sui fianchi, sfilano il filo.
Sì, il gomitolo. Lì la salvezza, nella capacità di sdipanarlo e raggomitolarlo. E intanto scoprire “la direzione”, quella tanto cercata. ”De-rigo” è uscire dal luogo comune, imposto, egoisticamente rettificato. Voglio “zoppicare”, al modo di Edipo, per guardare la complessità A quel filo logico mi aggrappo.

Con l’aiuto di Arianna l’eroe avanza. Sfingeo, ambiguo nella ricerca. A passi lenti procede, incalzato dal fascino sottile del dubbio, dalla tensione che gli serra la gola, dal piacere di essere lì per tentare l’impresa. Teseo si rivela maestro nel dipanare quel filo. Il suo passo è una danza, un movimento a cadenza perfetta, “un salvataggio “. E’ in ballo la vita. E bisogna procedere col rispetto della giusta misura. Della ” danza delle gru ” parla Plutarco. Teseo danza in onore di Arianna, a Delo, imitando il verso del labirinto.
Le gru….il mistero….il senso autunnale…l’al di là….
Anche in Omero leggo della danza di Teseo.” Danzavano fila contro fila, una di fronta all’altra. Un movimento a cerchio. Poi il capo si muove nel senso opposto….”

Non è la danza un momento di estasi,
un attimo di libertà assoluta,
” il dove” tu vuoi?…..

Teseo impugna un bastone nodoso. Si blocca. S’è imbattuto nell’effigie d’un uomo. Astuto nel manovrare una coppia di dadi. La somma è sempre quella voluta. Senno sottilmente scaltrito. Ottiene ciò che desidera. Si ode un rantolo. Un solco si empie di gocce. A versarle è il suo animo. Lasciato vergine, consunto, immacolato. Un uomo a metà.
Teseo si sofferma. Solo un attimo. Le gambe prive di forza. Piu’ in là sventola una bandiera. Si legge un dettame, fa impallidire :” Fidanzati alla luce del sole”. Un dettame calzante, inevitabile. I tempi inquinati. I prelati ci sono, a tirare le briglie, a recidere cuori.

Se annulli il Silenzio,
se vieti ai due un luogo appartato,
se reprimi il calore che il mistero del dubbio fomenta,
che ne è dell’amore?.

Non sperdiamo quel poco che resta con radicali sentenze,
che non approdano a nulla!!!!….

Lì c’è un tale che venera l’Utile. lo invoca, lo adora e odia il fratello, gli amici, non ricorda l’operato degli avi, il sangue versato. In nome dell’utile, gli antichi ateniesi castrarono i Meli, privandoli della loro libertà.
Teseo s’incurva su di uno. Uno strano, anomalo. Capelli ondulati, lunghi sul collo. Un camice bianco scende e copre i suoi piedi. Le mani sottili, privi di unghie, aperte a ventaglio. E quello sguardo su cui leggi i non so e la voglia del sì.
Metodo edipico, da non molti scoperto.
L’eroe, temprato nella fucina infernale di un maestro, che gli ha fornito armi vitali, l’animosità e la razionalità, ode un lamento. Ancora qualche passo.
Pasifae con il figlio: il minotauro.
Piange la madre, piange il figlio. Ha fame il mostro, di carne umana. Tarda a venire.
La grande Madre si sente colpevole. Non accetta tanto strazio. Ma non è lei la colpevole. Solo un Dio può rimanere nell’Eden, dove la Fede impera, dove il grande non s’incaponisce nè lotta per sè.
Nel recinto dell’essere umano un miscuglio di odori sapori colori.
All’uomo spetta la scelta.
Teseo ha pietà. Comprende. Nel buio dell’Ade la luce piu’ chiara. E, ritraendo le mani, buttato il bastone in un canto, convinto che la violenza, comunque operata, è un Male e i suoi dardi comunque letali, inizia il viaggio all’indietro. Un viaggio senza ferite. Nel tornare un nodo di gioia.
” Patei mathos “.
Ha appreso la saggezza attraverso il dolore.

Saggio nel non uccidere l’uomo a metà.
Lo ha osservato, spiato, accettato.

Saprà Teseo trasmettermi, soffiarmi l’armonia, appresa nei reconditi accessi…?
Saprò, dopo essere lì sprofondata, tornare all’indietro, volare senza impennate…?
Sarò forse vagabonda in eterno…?

luciarsi90@gmail.com

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