..all’insegna del Pensiero poetante
LA BESTIA
Perseverando nell’obiettivo principe – così si esprime Lucia Arsì – ossia sensibilizzare i Siracusani a ripensarsi, il Centro Culturale Epicarmo convoglia intelligenze isolane perché attraversino gli accadimenti umani da vari e più punti di vista. Risulta pertanto una lettura inter ed extra testuale del tema proposto, per permettere alle coscienze di verificarsi con il passato e senza abbandonarsi all’inatteso futuro. Così la “Bestia” sarebbe Dioniso, il dio del sì e no contemporaneamente. Quella forza archetipica, quando si impossessa dell’Io, determina stupro e omicidi. Tocca a noi dirlo. Dire che il dio visita l’uomo, che, solo se sa, riesce a dominarlo.
Ubriacarsi con i boccali di Dioniso e sempre “cum grano salis”.
E’ l’Arsì che ci illumina sul tema “La Bestia”.
“Il 27 gennaio 2003 si terrà il secondo incontro allestito dal Centro Cult. Epicarmo. Protagonista sarà la Parola non esclusivamente referenziale. Parola scaldata da anime che si relazionano con la Mente e quindi parola viva e forse vera, solo se i più consentano ad ascoltarla e parteciparla. E noi, con lo sguardo corto ed intenso, tenteremo una lettura di funesti problemi reali. L’ obbrobrio di un omicidio perpetrato a suon di botte e la profanazione – in termini crudi, stupro – dell’ ancestrale pudore con cui la “Donna” custodisce il suo mistero, ci indurranno alla citazione di mitologemi che rivivono giorno dopo giorno e in ogni uomo e in ogni accadimento. E torna Zeus sciupafemmine e Giunone arteriosa per le defaillances del marito ed Ermes ambiguo nei messaggi, e Aretusa, la fonte che contiene e versa il tutto, ed Elena, la bella e non solo per la misura del girovita, lei che bacia ed inevitabilmente distrugge, forse senza averne coscienza. E i Grandi (Omero Stesicoro Euripide Gorgia…) hanno esaltato le fattezze e contato i morti. Per l’uomo “spaesato” i Grandi hanno evocato l’eterno femminino. Intanto la realtà continua a proporci l’Uomo calcolatore, che sa bene muovere le pedine, benissimo sa etichettare e tappare la bocca alle donne, inconsapevole (chissà!…) che ogni Elena contenga l’essenza e il mistero della vita: scalda il cuore del marito, dell’ amante, dei vecchi troiani e determina lotta, catastrofe, morte. E l’uomo continua a blaterare e disconoscere il femminile dio ambiguo, dio della sfrenata estasi e dei lapidari silenzi: Dioniso. Quando la bestia visita, quando l’ extreme pianta il vessillo, la Mente vacilla, viene meno la misura ed è la fine. Risulta vitale conoscere, prevenire il dio e con girotondi e mani strette e senza etichette specifiche che mirino al potere egotista. “…il male è sempre in agguato?, ci chiediamo. Sempre e per sempre, se lo definiamo con il metro della secolarizzazione. Torniamo ad una cultura aristocratica in cui vivono i germi della vita, che noi intendiamo veicolare fra la gente comune, senza la pretesa di offrire certezze né riscuotere effimeri consensi.
Svegliare animi indifferenti e sopiti, questo é ciò che proponiamo.”
Non rimane che augurare all’ Epicarmo: Ad maiora!

….avanza
corteggiato da Menadi invase
profondamente solo
lui…il dio dei boccali
il dio della sconcezza infrenata
della sublime interezza
avanza…

Euhoé Euhoé
A dritta a manca impazzano
chiome fluenti lisciano i selciati
l’indice con il pollice si coniuga
sussulta il ventre
la mente…la mente vacilla.

E li
ove il silenzio recinta il suo dove
ove mille voci dardeggiano
lì tutto è purpureo
assente il perché.

L’Eterno il Latente l’Unico
ora è qui.
E noi…sentiamo i coturni premere
respiriamo il bianco della sua tunica
che palpeggia i nostri fianchi.
L’umano si desta
il magma scivola
avanza.. .avanza.. .Dioniso…

Dion: Dioniso Michele Fransisco.cosa importa! Chiamatemi ” dinamite ”
Altra:Kratos?
D.Enèrgheia, forza.
A:La forza dell’eroe o la forza del tiranno?
D: Spetta all’uomo la scelta. Dell’uomo la legge. Il Dio visita.
A: Eh…sì…tu piombi all’improvviso, scuoti, trasformi il dentro e la mente vacilla…la mente non c’è…
D: Creo lapidari silenzi
A: Anche tumuli di mancanza di sospensione… oceani di vuoto
D: Sveglio coscienze sopite
A: Ho tanta paura.   “Dioniso e Ade sono la stessa cosa. Eros e thanatos. Gioia e dolore. Alto e basso. L’extreme”, così sentenzia Eraclito, l’oscuro
D: Sii saggia!
A: Cosa intendi?
D:Non la saggezza della Ragione tiranna, ma la Ragione ancella del Sentire.
A:La Ragione dei sensi. Stanotte, una folata di vento ispessito attorno; mi volgo, nessuno attorno, sola e mi basto mentre viluppo…
D:E tu non più informe, cosale, burattina. Tu viva.
A:A quale prezzo!
D:al limite…paghi il pedaggio.
A:Crudele consapevolezza.
D:La tua arma è il coraggio; coraggio di dire, di dare,agire, il coraggio della misura: medén àgan, nulla di troppo.
A: Tu, dio smembrante, mi ubriachi di veleno ed io urlo il mio no all’amore divino, blocco il mio piede quando il paradiso mi attende.
D: Tu…menade materna,educatrice brillante, mente infuocata.
A: Sì…accendi la mia anima.
lo…libera dai ceppi
immagino…
Immagino un giardino…il Sole picchia, la terra sveglia i semi assonnati.
I pini bene allineati accolgono passeri infreddoliti, poi s’inchinano ai soffi di zèfiro;
quei pini merlettano il muro di cinta, mentre la cresta si pasce della visione del
mare. Lì un contadino si sofferma, carezza la zagara, cresce la speranza che il frutto
si dia e il raccolto sia pingue e i suoi bimbi festanti…
ecco..sono nel mio giardino…l’Eden ..io e la mia terra amici fedeli.
Bush e Saddam sorridono, sono amici.
Peccato che non regga all’usura del tempo.
D: Dipende da te, dipende dal mondo che è la valle che fa anima.
A:Perché l’uomo non mira il suo giardino? Perché sempre distratto e attratto da letali leccornie?
D:Gli uomini sconoscono gli dei che dentro si agitano.
A:Poi arrivi tu…
D:Arrivo quando la noia vi avvolge e l’indifferenza punta il vessillo.
A:E noi oscilliamo tra spazi smisurati e l’abisso più nero
D:E’ tempo che vada via…
A: Riverire il dio, mai disconoscerlo.
E’ sempre dentro di noi.
Quando bussa, noi all’erta, sempre con la bilancia.
E’ l’unica salvezza. L’unica verità.
Agave docet.
FOLLA A PALAZZO IMPELLIZZERI Concluso il seminario ” La Bestia ”

Si conclude il seminario”La Bestia”e sono le ore venti di lunedì 27 gennaio 2003. Una forte carica di enthousiasmòs inonda il Palazzo della Cultura. Il freddo brucia le guance allorché usciamo dal portone. Ma forse è l’altra faccia della medaglia. Il calore, che ci ha investito, che ha lasciato riflettere alle parole annunciate, fa a pugni con la dura realtà. E mi torna il dialogo appena ascoltato. Dioniso avanza nella sala.” E’ qui..”, ha annunciato poeticamente il giovane Vittorio De Grande. E poi Dioniso appare ed interloquisce con l’Altra. Un dialogo poetico fra l’attore Saro Miano e la professoressa Lucia Arsì, autrice del testo. Il dio visita, evoca ebbrezza, smembramento, acuisce i sensi, rende le donne Menadi materne. Il duplice volto di Dioniso, così recita l’oscuro Eraclito, evoca luce e ombra, bene e male.
Veramente con mani abbiamo toccato la follia, quando con parole semplici ma toccanti la giovane Elisa Carbone rivive la triste notte di Agosto del 1999.” Tornai a casa e mio fratello stava male, vomitava. Lo portammo in ospedale e rimase in sala operatoria ore ed ore e noi fuori ad attendere…poi, solo dopo giorni di dubbi, scoprimmo la verità. La caduta da un albero non avrebbe mai potuto sfracellare le parti interne del suo corpo. Avvenne un crudele pestaggio degli amici e lui sempre a difenderli e sperare che tutto sarebbe finito bene, ma non fu così, dato che una forte emorragia lo finì..:” E noi avvertiamo la bestia in assalto, anche per il banale motivo di uno sguardo, rivolto da Davide Carbone alla mutandina della sorella di un suo amico.
La voce lievitante di Bibi Bruschi echeggia l’urlo di rabbia di una donna, che sente l’insidia dello stupratore. Un mirabile pezzo tratto dal romanzo di Marie Cardinal ” In altri termini”. Alla domanda posta dall’Arsi all’on. Egidio Ortisi se la follia nel mondo antico veniva considerata bestiale o no, il grecista, con chiara e specifica diagnosi, risponde che varie sono le diagnosi sul malato mentale, unica è la terapia: restrittiva e ghettizzante. E che ancora oggi e non solo sul malato mentale, ma sul diverso in genere, stenta ad affermarsi la cultura della comprensione e dell’accoglienza.
“Sfide alla morte sono le iniziazioni dei giovani, – così il Dott. Pasqualino Ancona, psichiatra, analista del profondo e docente in una scuola di specializzazione di psicoterapia a Roma -l’iniziazione è il riconoscimento dei passaggi nelle tappe importanti della vita di ogni individuo e aiuta lo sviluppo psicologico. L’eccessiva protezione e mammismo tolgono la possibilità di ansia al giovane di conquistare e lo privano altresì della risonanza emotiva, necessaria per riconoscere che ha conquistato uno spazio nelle sue realizzazioni. E il giovane si pone in situazione di rischio per provare queste emozioni, che la cultura nega. Il giovane che si infetta del virus dell’AIDS ha alla base una ricerca di emozione di rischio, che lo porterà ad infettarsi. La lettura del mito di Eracle ci dà la possibilità di leggere il destino eroico del malato di AIDS, perché sviluppa una mitologia eroica senza saperlo. Eracle sviluppa il destino eroico per diventare semidio attraverso la contaminazione della veste donata da Deianira, veste cosparsa del sangue e sperma del centauro Nesso, nel tentativo di stupro. Nelle società antiche le iniziazioni con atti di eroismo e sfida alla morte erano istituzionalizzate e quindi simulate e sane; oggi, la dimensione aggressiva,eroica, negata e dalla cultura e da sterili manifestazioni affettive, spesso balza fuori in modo bestiale(branco-droga-aids).
Ancora una testimonianza della Dott. Antonina Franco, specialista infettivologa all’osp.Umberto I di SR, che, con l’umanità che la distingue, ha ricordato il disagio del giovane infettato, che nutre, oggi, la speranza di recupero fisico e psichico, non rispondendo al male con il male, illuminato invece dalla luce di Dio. Si completa l’incontro con” gutta cavat lapidem” di Daniel Amato, un giovane amante del sapere, sensibile al risveglio della Nostra città, che non si trovi impreparata alla visita della ” Bestia”. La Letteratura si rivela testo essenziale per la Vita; la Memoria appare linfa per il futuro.
Lucia Arsì

 

Sulla Poesia
Nota di Lucia Arsì

E’ dato all’uomo collocare entro limiti definitori la Poesia? Assolutamente no.
Perché la Poesia é un “agere cultuale”, è il brivido dell’Anima che s’invaga del respiro del Cosmo, è la commossa partecipazione alla ri-velazione del mistero della vita, è la sollecita comunicazione che sapora di compassione.
L’agito della Poesia conduce attraverso il labirintico sentiero della Verità, quella verità che non mi offre il quadrato perfetto ma il perfettibile; non la verità stilata in protocolli e da pochi e a favore dell’egoico potere, ma mi solletica a vegliare su norme condivise, al fine di offrire gioia, speranza e amore.
La Poesia, enigmatica compagna di banco.
Immagino la Poesia al modo di una fanciulla, teneramente abbarbicata ad una quercia; la seguo, mentre, scalza, si solleva tra le braccia di Eros fanete; ora i suoi occhi, velati di solitudine, volgono lo sguardo…anzi non mirano più lo sfarfallìo del vestito provocante…lo sguardo scivola su piste innevate che traversano burroni scoscesi; quello sguardo, che s’afforza e a gomitate chiede spazi più ampi, incontra immagini e sono le immagini primarie, quelle che hanno dato forma al mondo di qui: furie impazzite, tiranni sanguinari, daimones che impongono incesti, che succhiano il sangue dei fratelli, che separano magnati e straccioni perché i primi vivono di fame famelica; intanto lo sguardo s’invera e, uscito dal buio che soffoca, si volge più in su, si avvolge di luce e lì donne che si avvolgono nel mantello azzurro per preservare l’onesta rettitudine, ma sono poche e sono donne di ferro che a mo’ di macigni empiono spazi immensi e lanciano intense faville di bontà; in quel luogo-non luogo lo sguardo incontra la bonaria sofferenza di uomini che insegnano la misura nel dire e nel fare, uomini gravati di tutto il dolore del mondo, e perciò sapienti e perciò pronti a donarsi.
Ora la fanciulla balenata alla mia immaginazione, prende lo stilo e, con un linguaggio tutt’altro che semplice, – è facile dire l’indicibile? – tenta di rivelare in morfemi quanto ha “visto”, e perciò sa.
Ardua impresa!
A buon diritto leggiamo in un frustolo dell’Autore di Derveni: “mettete porte alle orecchie”. La metafora è rivolta ai molti non iniziati alla Poesia.
Techne e pathos sono gli ingredienti necessari al dire poetico e il bagaglio è pesante e non tutti sopportano il carico.
I più sanno leggere lo spasimo di un’anima che vive l’eterna presenza dell’assenza?
Sanno intuire la presenza costante e non scissa del sì e del no, che blocca ogni passo e che fa dell’uomo l’archegeta del mistero dei misteri?
Forse è questa la Poesia?

IL LABIRINTO

Ieri, tu, novello Teseo, con dedalea maestrìa, sprofondavi nel tuo labirinto, ti specchiavi nella mostruosa immagine e tornavi a volare…
Oggi, tu, intricato nella mostruosa e complessa rete della tua Vita, non più artigiano del tuo viatico, intrappolato e irriso, al modo di Afrodite e Ares, da un demiurgo (Efesto?o da te, inevitabile carnefice?), eternamente angosciato, non puoi spiccare il volo, o non sai… forse….


 

Un giorno. Non mi sovviene la data. La mia memoria cancella i dettagli. Va oltre. E, nel superare quel limite, ravviso il mistero. E’ bene o è male varcare la soglia, bucare quel muro che immette nell’Ade?
Il mistero non farfalleggia, pretende consensi.

Un giorno. Solito giorno. Mentre un bagliore s’insinua e impone il risveglio, mentre lo spasimo serra il respiro, mentre mille cani randagi si sfregano ai muri, un pensiero ri-torna….lo stupore di lei.
Sussurra:” Teseo…Arianna….”.
Un grande evento. Non è da spiluccare. Entrarci col pensiero del cuore.

E ci sono….nel labirinto. Non per coraggio. Sola, a dismisura ridotta, vibrante di umanità, mi sento chiamata. Una Voce. Una Forza mi attrae…..l’infido Caso?… la Buona Novella?…….

Entro. Mi dirigo là, ove il monstrum si annida, nel fondo piu’ fondo. Fissarlo, rivedermi col suo occhio sbilenco e tornare all’indietro. Bearmi di luce diversa. Cantare vittoria. Per me e per gli altri.
” Possibile ?” e ondeggia la chioma. E’ possibile… …se soccorre la volontà.
” Forza, forza taurina, che balli e ridi insolente, sorda ad ogni preghiera, esci di casa, presta il tuo aiuto….!!!” invoco.

Già dentro….perduta…esausta.
Fatti pochi passi non da gigante, mi rannicchio in un angolo, un luogo adombrato, un incavo da altri scavato. Da un punto si snoda un selciato sventrato, sterposo, poi, alla curva, una fetta di strada corretta e ancora cunicoli, sporgenze e rientranze e diramazioni a destra e a manca.
“Stramazzi, se non t’avvedi che il terreno è crivellato di buchi, che ingoiano e annullano.”
Quel terreno tortuoso fomenta il ricordo: Ceram. Indonesia. Per nove notti, in nove luoghi diversi, uomini di nove famiglie eseguono una danza a tre voci : la danza maro. Cinque mila anni fa. Al centro lei, Rabie di nome, la fanciulla luna. Ogni notte prodiga di doni: porcellane, monili d’oro, oggetti di rame.
Gli uomini provano invidia. La sotterrano. “Paghino il fio ” sancisce uno che sta molto in alto.
Ha inizio il ponos, la fatica del vivere, il viaggio attraverso la porta a nove volute. Il labirinto. E saranno uomini quelli che la varcheranno, il resto anime erranti o bestie.

E Persefone ? Anch’ella fanciulla lunare, nel riproporre l’eterno fertile ciclo della nascita crescita morte.
Persefone: la grande intuizione….tutto ciò che brilla alla luce del sole rivela una ” giustezza “, le cui origini sono oscure, radicate nel confine del non-essere.
E all’uomo è dato cogliere l’essenza del non-essere attraverso il misterioso messaggio, il tenebroso percorso, il profondo anelito. Magnifici doni d’una ambigua dea.

E torno al labirinto, al mio viaggio. Pre-vedere e ri-ferire. Ecco il senso. Un debole soffio. Un respiro smorzato. Di chi non vuole apparire. Scrutare e non farsi vedere. Avanti a me c’è lui. L’uomo della mètis, Teseo. So tanto di lui. Plutarco ha rivelato le gesta, immortalato il ricordo. Sono ad un passo dall’uomo segreto. E’ immenso nella dimensione irreale. Simile ad un dio: Gesu’, Krishna. Ha una missione da compiere. Purificare. Il miasma ha contaminato uomini, cose.
Non è dato intaccare l’assetto normale.
E Pasifae, vittima di intrecci sottili, che sfuggono all’occhio comune, ha osato tanto:una storia insolita.
Arde d’amore.
Un rapporto che evoca radici bestiali, fonte di tanti misfatti. Si unisce col toro, suo padre, Zeus celeste.

Eterno dilemma:
serrati in spazi ridotti, ove cementizi abitacoli opprimono i sensi, ove lamiere allettanti imprigionano anche l’affanno, e lì si crepa d’inedia, strapazzati da sferzate di vento e talvolta essiccati dal sole cocente o…volare tanto in alto e sparire leggeri leggeri….

Le ali dedalee soccorrono. Un volo” cultuale ” libera dai tentacoli del labirinto. Il coro delle donne di Trezene, nell’Ippolito, singhiozza:” Se in luoghi inaccessibili della terra io fossi….o uccello, che l’ali porta, levarmi in volo…..”

La disperazione infernale genera l’anelito a spazi elevati.

E Pasifae si è aperta al cielo, realizzando l’impossibile, distruggendo tabu’. Il frutto è una doppia natura:metà uomo, metà bestia.

Tu, tu che t’immergi in questa lettura,
tu, che senza nulla arrogarti, bilanci il pensiero,
caparbio, martelli la roccia indurita e fori…fori…e
il tuo animo è gonfio di vana baldanza,
il petrolio zampilla
offre lingotti
e tu, che hai distrutto la terra, gioisci…

….di colpo il sorriso si spegne
riveli la tua nudità
ti rivesti di ciò che hai stracciato
….dalle macerie e con le macerie la spinta in avanti,piu’ su…

La vita :”Attraversamento da un capo all’altro.”
Entro l’arco ci sei tu con gioie e patemi, istinto e riflessione.

Io ho paura. Quel luogo, a forma di budella, mi riporta alla mente Humbaba, un demone. Gilgamesh lo ha affrontato. Lo ha ucciso, ha risolto il problema.
Ha scoperto che solo agli dei non è dato morire.
L’uomo muore piu’ volte e ogni volta soffre di piu’.
Forse sono nell’Ade. Nel buio totale. I sensi all’erta. Il velo, che adombra gli oggetti nel modo qualunque, si dilegua e scorgo di piu’.

Vedo larve che non torcono il collo.
Resti di animali rapaci.Una parete schizzata di rosso.
L’uomo ha lasciato una traccia.
Un vecchio in procinto di bere…..il latte della saggezza.
Addossata ad una roccia spuntata
una donna…senza capelli….stagnata….
bloccata dal senso comune. E vermi giganti.
Sazi di ogni lerciume. E sillabe, lanciate così.
Attendono mani robuste e restano in bilico.

Chi sa dare forma all’informe? Quale voce, dal labirinto emergente, profeta di ciò che sarà?

E’ troppo per me.Torna la paura. Teseo è avanti, lontano da me. Ho le ali spezzate. C’è un modo per stargli accanto. Col ritmo del cuore. Le mie gambe, pur ferme, battono il passo, ora tenace ora incalzante, e le mani, calcanti sui fianchi, sfilano il filo.
Sì, il gomitolo. Lì la salvezza, nella capacità di sdipanarlo e raggomitolarlo. E intanto scoprire “la direzione”, quella tanto cercata. ”De-rigo” è uscire dal luogo comune, imposto, egoisticamente rettificato. Voglio “zoppicare”, al modo di Edipo, per guardare la complessità A quel filo logico mi aggrappo.

Con l’aiuto di Arianna l’eroe avanza. Sfingeo, ambiguo nella ricerca. A passi lenti procede, incalzato dal fascino sottile del dubbio, dalla tensione che gli serra la gola, dal piacere di essere lì per tentare l’impresa. Teseo si rivela maestro nel dipanare quel filo. Il suo passo è una danza, un movimento a cadenza perfetta, “un salvataggio “. E’ in ballo la vita. E bisogna procedere col rispetto della giusta misura. Della ” danza delle gru ” parla Plutarco. Teseo danza in onore di Arianna, a Delo, imitando il verso del labirinto.
Le gru….il mistero….il senso autunnale…l’al di là….
Anche in Omero leggo della danza di Teseo.” Danzavano fila contro fila, una di fronta all’altra. Un movimento a cerchio. Poi il capo si muove nel senso opposto….”

Non è la danza un momento di estasi,
un attimo di libertà assoluta,
” il dove” tu vuoi?…..

Teseo impugna un bastone nodoso. Si blocca. S’è imbattuto nell’effigie d’un uomo. Astuto nel manovrare una coppia di dadi. La somma è sempre quella voluta. Senno sottilmente scaltrito. Ottiene ciò che desidera. Si ode un rantolo. Un solco si empie di gocce. A versarle è il suo animo. Lasciato vergine, consunto, immacolato. Un uomo a metà.
Teseo si sofferma. Solo un attimo. Le gambe prive di forza. Piu’ in là sventola una bandiera. Si legge un dettame, fa impallidire :” Fidanzati alla luce del sole”. Un dettame calzante, inevitabile. I tempi inquinati. I prelati ci sono, a tirare le briglie, a recidere cuori.

Se annulli il Silenzio,
se vieti ai due un luogo appartato,
se reprimi il calore che il mistero del dubbio fomenta,
che ne è dell’amore?.

Non sperdiamo quel poco che resta con radicali sentenze,
che non approdano a nulla!!!!….

Lì c’è un tale che venera l’Utile. lo invoca, lo adora e odia il fratello, gli amici, non ricorda l’operato degli avi, il sangue versato. In nome dell’utile, gli antichi ateniesi castrarono i Meli, privandoli della loro libertà.
Teseo s’incurva su di uno. Uno strano, anomalo. Capelli ondulati, lunghi sul collo. Un camice bianco scende e copre i suoi piedi. Le mani sottili, privi di unghie, aperte a ventaglio. E quello sguardo su cui leggi i non so e la voglia del sì.
Metodo edipico, da non molti scoperto.
L’eroe, temprato nella fucina infernale di un maestro, che gli ha fornito armi vitali, l’animosità e la razionalità, ode un lamento. Ancora qualche passo.
Pasifae con il figlio: il minotauro.
Piange la madre, piange il figlio. Ha fame il mostro, di carne umana. Tarda a venire.
La grande Madre si sente colpevole. Non accetta tanto strazio. Ma non è lei la colpevole. Solo un Dio può rimanere nell’Eden, dove la Fede impera, dove il grande non s’incaponisce nè lotta per sè.
Nel recinto dell’essere umano un miscuglio di odori sapori colori.
All’uomo spetta la scelta.
Teseo ha pietà. Comprende. Nel buio dell’Ade la luce piu’ chiara. E, ritraendo le mani, buttato il bastone in un canto, convinto che la violenza, comunque operata, è un Male e i suoi dardi comunque letali, inizia il viaggio all’indietro. Un viaggio senza ferite. Nel tornare un nodo di gioia.
” Patei mathos “.
Ha appreso la saggezza attraverso il dolore.

Saggio nel non uccidere l’uomo a metà.
Lo ha osservato, spiato, accettato.

Saprà Teseo trasmettermi, soffiarmi l’armonia, appresa nei reconditi accessi…?
Saprò, dopo essere lì sprofondata, tornare all’indietro, volare senza impennate…?
Sarò forse vagabonda in eterno…?

luciarsi90@gmail.com

Le Supplici di Eschilo, tragedia che verrà rappresentata al Teatro greco di Siracusa nei mesi di maggio e Giugno 2015, rivelano una grande Verità: la DEMOCRAZIA é la ” mano sovrana del popolo (demou kratousa Xeir)”, e il popolo argivo, giusto e pio, interpellato dal sovrano Pelasgo, decide democraticamente di offrire ospitalità alle 50 figlie di Danao, che, supplici, fuggono dai cugini assai violenti.

La Giustizia segua tali leggi:

  • Risolva i conflitti in modo incruento
  • Onori gli Dei
  • Rispetti i genitori (vv.707)

IFIGENIA IN AULIDE Eschilo

L’ambizione é dolce,

ma quando ti avvinghia

ti lascia inquieto….

Vieni a scoprire le bellezze di siracusa…

prova articolo news….