Sulla Poesia
Nota di Lucia Arsì

E’ dato all’uomo collocare entro limiti definitori la Poesia? Assolutamente no.
Perché la Poesia é un “agere cultuale”, è il brivido dell’Anima che s’invaga del respiro del Cosmo, è la commossa partecipazione alla ri-velazione del mistero della vita, è la sollecita comunicazione che sapora di compassione.
L’agito della Poesia conduce attraverso il labirintico sentiero della Verità, quella verità che non mi offre il quadrato perfetto ma il perfettibile; non la verità stilata in protocolli e da pochi e a favore dell’egoico potere, ma mi solletica a vegliare su norme condivise, al fine di offrire gioia, speranza e amore.
La Poesia, enigmatica compagna di banco.
Immagino la Poesia al modo di una fanciulla, teneramente abbarbicata ad una quercia; la seguo, mentre, scalza, si solleva tra le braccia di Eros fanete; ora i suoi occhi, velati di solitudine, volgono lo sguardo…anzi non mirano più lo sfarfallìo del vestito provocante…lo sguardo scivola su piste innevate che traversano burroni scoscesi; quello sguardo, che s’afforza e a gomitate chiede spazi più ampi, incontra immagini e sono le immagini primarie, quelle che hanno dato forma al mondo di qui: furie impazzite, tiranni sanguinari, daimones che impongono incesti, che succhiano il sangue dei fratelli, che separano magnati e straccioni perché i primi vivono di fame famelica; intanto lo sguardo s’invera e, uscito dal buio che soffoca, si volge più in su, si avvolge di luce e lì donne che si avvolgono nel mantello azzurro per preservare l’onesta rettitudine, ma sono poche e sono donne di ferro che a mo’ di macigni empiono spazi immensi e lanciano intense faville di bontà; in quel luogo-non luogo lo sguardo incontra la bonaria sofferenza di uomini che insegnano la misura nel dire e nel fare, uomini gravati di tutto il dolore del mondo, e perciò sapienti e perciò pronti a donarsi.
Ora la fanciulla balenata alla mia immaginazione, prende lo stilo e, con un linguaggio tutt’altro che semplice, – è facile dire l’indicibile? – tenta di rivelare in morfemi quanto ha “visto”, e perciò sa.
Ardua impresa!
A buon diritto leggiamo in un frustolo dell’Autore di Derveni: “mettete porte alle orecchie”. La metafora è rivolta ai molti non iniziati alla Poesia.
Techne e pathos sono gli ingredienti necessari al dire poetico e il bagaglio è pesante e non tutti sopportano il carico.
I più sanno leggere lo spasimo di un’anima che vive l’eterna presenza dell’assenza?
Sanno intuire la presenza costante e non scissa del sì e del no, che blocca ogni passo e che fa dell’uomo l’archegeta del mistero dei misteri?
Forse è questa la Poesia?

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